Intervista per Queenatletica tra passato, presente e futuro

  ESCLUSIVA Stefano Baldini: “Atene successo della maturità, Kipchoge il più grande. Spero in continuità dai fratelli Dini”

di Daniele Morbio

Ciao Stefano, grazie mille per la disponibilità. Come stai vivendo questo brutto periodo dovuto all’emergenza da coronavirus?

“In Emilia Romagna siamo a casa dal 23 febbraio, primo giorno di chiusura delle scuoleLa mia società, la Corradini Rubiera, ha da subito fermato gli allenamenti. C’è stato molto tempo per stare in famiglia, sistemare cose lasciate da parte, fare un minimo di attività fisica in casa, in particolare ginnastica a corpo libero e pedalare sui rulli. Ho partecipato a tantissime dirette sui social e nelle varie piattaforme, praticamente dicendo si a ogni invito. E poi ho studiato atletica.”

Due bronzi mondiali di maratona, a Edmonton e a Saint-Denis: quante analogie e quali differenze ritrovi tra quelle due medaglie dello stesso metallo?

“Due anni per un atleta sono tanta strada. Edmonton 2001 è stata la medaglia della rinascita dopo gli infortuni del 99/2000 e la delusione olimpica di Sydney, col ritiro dopo un solo terzo di gara. Parigi l’ennesima conferma di essere costante al massimo livello mondiale, non facile in atletica. Nel triennio pre-Atene ho corso sempre forte (7 maratone su 8 sotto le 2h10’), ma è mancato quel guizzo che serve per vincere, che sapevo di valere.”

La più grande pagina di storia l’hai però scritta ad Atene, ai Giochi Olimpici del 2004: una delle immagini di quella maratona è l’aggressione al 35esimo km al brasiliano Vanderlei de Lima, che fino a quel momento era in testa. Pensi sarebbe finita allo stesso modo, anche senza quel bruttissimo gesto subito dal sudamericano?

“Vanderlei grande campione e sportivo nel reagire a un momento di difficoltà inimmaginabile e che non ti aspetti, non so come mi sarei comportato a parti invertite. In quel momento stavo marcando stretto Meb Keflezighi, uno da 27’13” sui 10000…, c’era una semicurva e non ci siamo accorti di nulla, gli avremo guadagnato 40 o 50 metri in quegli 8 secondi. Con parziali da 28’30” corsi negli ultimi 10km e 13’59” negli ultimi 5, la gara sarebbe finita con lo stesso podio, anche Meb ha chiuso forte come era solito fare. Difatti, una volta staccato Tergat (che all’epoca era primatista mondiale), negli ultimi 7 km il problema era solo Keflezighi. Correvamo a 2’50” a km, De Lima costante ma ben sopra i 3’.”

Ancora Atene 2004: un oro Olimpico è – probabilmente – la massima aspirazione per un qualunque atleta: cosa è significato per te quel grande successo? Ci racconti le emozioni di quel giorno, sia pre che post gara?

“A 33 anni mi sono goduto il successo della maturità. Quando riesci a condensare, nelle due ore più importanti della tua vita sportiva, ogni allenamento/gara/esperienza di campo, è la soddisfazione più grande. Farlo correndo da Maratona ad Atene è il valore aggiunto di quel giorno. Il Prof. Gigliotti è stato un maestro nel guidarmi tra le difficoltà dell’atletica mondiale con proposte tecniche sempre nuove. Tutto lo staff federale di supporto, che coincidenza vuole vivesse nelle mie zone, in particolare il sanitario con Daniele Parazza e Pierluigi Fiorella, mi ha aiutato a evitare gli infortuni del passato. La premiazione durante la cerimonia di chiusura, prima volta nella storia delle Olimpiadi, è stata esaltante. Diciamo che quella sera c’è stato più gusto ad essere italiani.”

Il tuo record italiano stabilito il 23 aprile del 2006 – 2h07’22” – è stato battuto poche settimane fa da Eyob Faniel, vero faro della maratona azzurra in questo momento. Dove può arrivare secondo te il ragazzo delle Fiamme Oro?

“Una gran bella prestazione, ne sono felice per lui e per il running italiano. I record contano e danno consapevolezza al binomio atleta/tecnico. I tempi, soprattutto se replicati, sono un buon segnale della solidità necessaria per battagliare verso i podi in maglia azzurra, quando servono anche qualità tattiche e di gestione del clima e di percorsi un po’ meno veloci. A me sembra che il ragazzo sia molto sveglio e affamato, quindi buon lavoro!”

12 ottobre 2019, la maratona cambia dimensione con quel 1h59’40” messo sul piatto da Kipchoge a Vienna. Fermo restando che il tempo non è omologabile, che idea ti sei fatto su questo tipo di impresa? Credi sia stato più d’aiuto la macchina a velocità fissa e con il laser o le lepri?

“Ci sono stati tanti piccoli guadagni marginali che hanno permesso a un atleta eccezionale di correre 2 minuti in meno del suo record mondiale di Berlino 2018, altra prestazione super. Oltre a cruise laser e lepri, traiettoria ideale ben disegnata a terra, asfalto perfetto, rifornimenti consegnati, nessuno da superare e calzature che le statistiche ci dicono abbiano migliorato le prestazioni di decine di atleti. La tensione non era quella di una gara, forse ancora più alta, perché il secondo investimento milionario, dopo Monza 2017, ricadeva esclusivamente su Eliud, che infatti ha corso 30km un po’ preoccupato, per poi scatenarsi nel finale con tempi di appoggio a terra da mezzofondista veloce e dando la netta impressione di averne ancora. Ha abbattuto una barriera psicologica importante, è il più grande maratoneta della storia, superando Bikila.”

Un tuo punto di vista su quali sono stati o quali sono gli atleti più belli da vedere come tecnica di corsa. Tanti parlano di Bekele e Gebrselassie, te che idea hai?

“Ce ne sono tanti che mi piacciono o mi sono piaciuti, a partire dal trio britannico Ovett-Coe-Cram quando ero bambino. Bekele sicuramente la miglior biomeccanica di corsa nel cross, fango o meno sembrava sempre in autostrada. Gebre il più capace di adattare la corsa alle distanze, dai 3’31” nei 1500 indoor ai 2h03’ in maratona, nessuno come lui.”

Lasciata la federazione nel 2018, hai cominciato a seguire Valeria Straneo. Che rapporto hai con lei? è pensabile vedere Valeria in gara a Tokyo?

“Il rapporto con Valeria è ottimo, ha una volontà d’acciaio e Tokyo 2020 sarebbe stata la degna chiusura di una lunga e fortunata carriera. L’anno era iniziato molto bene e nel momento del rinvio, come tutti i campioni, ci ha messo 10 minuti a spostare un po’ più avanti l’orizzonte olimpico.”

Tra gli altri, segui anche Lorenzo e Samuele Dini. Che tipo di lavoro stai portando avanti con entrambi? 26 anni, nel pieno della carriera, dove speri di vederli a breve termine?

“Spero soprattutto di vederli in salute, finora hanno avuto una carriera falcidiata da infortuni che mi auguro siano definitivamente risolti. Samuele in particolare, con cui ho deciso di accorciare per un po’ di tempo le distanze di allenamento e gara per ritrovare solidità fisica. Lorenzo ha fatto un ottimo 2019, arrivando a 28’09” sui 10000 in Coppa Europa. Può fare molto meglio con orizzonte futuro su mezza e maratona a buon livello internazionale. Si sono trasferiti da tempo a Rubiera, ma appena possibile andranno ad allenarsi in quota con altri gruppi di mezzofondisti coi quali dobbiamo collaborare se vogliamo crescere.”

Tra tutti gli altri che Stefano Baldini segue, quali sono quelli su cui butterebbe un penny in ottica futura?

“Sicuramente Pietro Riva, che le Fiamme Oro mi hanno affidato quest’inverno. Purtroppo, la caduta nella sciagurata gara di Canelli lo ha costretto a un intervento al ginocchio che gli ha fatto perdere tutto l’inverno, ma ora sta bene e calendario permettendo presto lo rivedremo girare per le piste di tutta Europa. Anche lui si è trasferito qui, condizione necessaria per fare un buon lavoro.”

Papà Stefano ed Alessia Baldini. Quanto è difficile la gestione dei ruoli tra vita di tutti i giorni e atletica?

“A casa siamo tutti appassionati di atletica, non ci sono problemi anzi, Alessia mi aiuta a preparare le gare di Diamond League da commentare su Sky seguendo gli atleti sui social media.”

Sei stato selezionatore della nazionale giovanile, sei soddisfatto del percorso che hai fatto con questi atleti, su chi scommetteresti per un grande futuro azzurro?

“Sono stato fortunato a veder passare tutti i ragazzi che oggi sono in nazionale senior. Alcuni erano dei predestinati, altri stanno maturando un po’ più tardi come avevo fatto anche io. Diciamo che sono molto legato a parecchi di loro e quando ci vediamo alle gare il sentimento è reciproco. I Capitani di quelle squadre stanno confermando i loro talenti.”

Franco Bragagna ha definito le annate 2001-2002 le migliori, quelle da cui attingere per il futuro. Da Gyor 2018 è rimasta fuori -per esempio- una velocista del calibro di Elisa Visentin, campionessa italiana cadette negli 80, nonchè una da 11″97 nei 100 e 24″50 nei 200; oltre al giavellottista Frattini ed altri. Quanto difficile è stato stilare la lista dei convocati di Gyor, visto l’altissimo livello?

“Per Gyor, come per tutte le altre nazionali giovanili, è sempre stato necessario scegliere: buon segnale di abbondanza. I criteri che avevo introdotto (e vedo che continuano a essere utilizzati) hanno sempre tutelato i Campioni Italiani, convocati automaticamente col minimo, e chi è stato più costante. Sulla velocità femminile del 2001-2002 Bragagna ha ragione, infatti a Gyor l’Italia ha vinto l’oro in staffetta col record italiano e mi piace ricordare anche il 200 allieve del Golden Gala di quell’anno, grande spettacolo.”

Sì o no. Stefano Baldini sarebbe disposto a rientrare in federazione in futuro?

“Assolutamente si.”