Atene 2019, articolo sul Blog di "Il Giornale"

Racconta che non passa invano. Racconta che gli eroi restano anche senza l’aria tirata di allora. Racconta che lo sport non è solo un mestiere ma è passione e ti resta dentro. Ti resta appiccicato addosso con la sua fatica, i sacrifici, la disciplina, i profumi delle creme alla canfora. Il tempo passa e spiega tante cose. Che campioni si nasce e a volte si diventa ma non è mai per caso. Che il talento è necessario ma non basta, che serve la testa. E Stefano Baldini in tutti questi anni è stata l’incarnazione perfetta dell’eroe di Atene, mai fuori posto. Da maratoneta non avrebbe potuto chiedere di più alla sua vita sportiva se non vincere la maratona olimpica dove tutto è cominciato, dove è nato il mito di uno sport che è sì gesto tecnico ma è anche epica, romanzo, narrazione di un’emozione che può diventare eterna. Quindici anni e sembra ieri, sempre vivo quel “Dio di Maratona”, come lo chiamò la Gazzetta, che ha segnato con quella corsa il destino sportivo di un Paese. La sua medaglia è in una cassetta di sicurezza in banca. E là resta a garanzia di un passato che nessuno mai più dimenticherà. Lui invece è sempre capace di vivere il presente che non si è fermato ad Atene. Pensa più a ciò che c’è da fare che non a ciò che ha fatto. Commenti in tv, libri, la trasmissione di Radio Deejay con Linus Cassani, la direzione tecnica della settore giovanile della Fidal, testimonial, coach e chissà cos’altro farà ancora. Lo intervisti, lo senti parlare e ti accorgi che Atene c’è, c’è sempre però è cosa fatta. Ti accorgi che pensa in avanti, ha già passato il chilometro trentacinque e si avvia verso nuovi traguardi. Il maratoneta che ha fatto innamorare gli italiani della maratona è sempre più il  perfetto manager di se stesso. Essenziale, lucido, preciso, determinato proprio come quando correva. Proprio come quando affiancò Vanderlei Lima da Silva dopo il sottopasso a 5 chilometri dall’arrivo. E allora Atene torna.  Torna il sogno. Torna la pelle d’oca per un’emozione ” che non si immaginava di raccontare” e invece è diventata un pezzo di storia. Della storia di molti di noi. Il presente, quindici anni, dopo si chiude in 2 ore e 57 minuti. Senza patetiche nostalgie: “Bravo, bravo, bravo…!”. La differenza è tutta qui. (blog.ilgiornale.it)