Atene 2004+15: cronaca di giorni indimenticabili, 8a parte

A 15 anni dalla magica stagione 2004, ecco l’ultima parte del nostro percorso, il racconto della maratona olimpica e le reazioni post gara di una giornata indimenticabile. Un sogno sportivo diventato realtà. Da Gazzetta dello Sport.

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Baldini e l' oro della leggenda

L' azzurro domina da Maratona ad Atene E l' Italia brinda 16 anni dopo Bordin Stefano stronca tutti dopo una gara perfetta. Al 37° km raggiunge il brasiliano Lima e trionfa nello stadio Panathinaiko

 

Dicono che gli occhi siano lo specchio dell' anima. Così è stato possibile leggere la storia di una vita in quello sguardo di Stefano rivolto verso il cielo al crepuscolo e alle sue pallide stelle. Quell' espressione intensa ha anticipato parole di preghiera sussurrate, seguite dall' urlo liberatorio sul traguardo della maratona: «Alessia è per te», dedicato alla figlia di 3 anni. Ha vinto non una maratona qualunque, ma quella originale, che non ha eguali. Quando era entrato nello storico stadio la sua maschera sembrava non tradire la minima emozione. Non si era lasciato andare neppure a un piccolo gesto di gioia, anche se aveva il successo in tasca, mancavano solo quattrocento metri di pista nera, di passerella nobile. Il volto, con gli zigomi sporgenti e le gote scavate, era impassibile. Stefano seguiva con attenzione il corso dei suoi pensieri, come se fosse impermeabile alla follia collettiva che montava intorno lui. Il ragionier Baldini non ha smentito la sua origine campagnola, che teme sempre il devastante fulmine del temporale. Si è inginocchiato, ha baciato la terra, come aveva fatto Gelindo Bordin sedici anni fa a Seul e poi non ha più avuto la forza di rialzarsi. Si è sdraiato con ogni fibra del corpo arricciata. Ha cercato di fare leva sulle braccia, ma le gambe erano rigide, sfinite. Non rispondevano. Ha fatto un cenno con le mani a una volontaria, che subito non ha capito. Allora ha allungato le braccia verso di lei e finalmente la ragazza bionda lo ha afferrato, facendo perno sulla punta delle sue scarpe e l' ha rimesso in piedi. Stefano Baldini non sapeva dove voltarsi. Lo chiamavano, lui cercava con lo sguardo la sua gente, la bandiera. Si è sciolto, anche se c' era un' ombra in tutta quella sua gioia. Ha dovuto attraversare un momento difficile della sua vita privata, una separazione dolorosa, che ha rischiato di sbriciolare anche la sua voglia di correre. La ferita è fresca, fa male. Per fortuna ha saputo reagire e questo successo potrebbe aiutarlo a rimarginarla più in fretta. La sua vita ricomincia da Maratona, il piccolo centro agricolo, in cui è nata la leggenda della gara che porta questo nome. Alle sei del pomeriggio, quando le ombre cominciano al allungarsi, si è messo in moto il colorato popolo dei cultori della fatica. Gruppo compatto nei primi chilometri. Baldini era nascosto nel mucchio, ma vicino a Tergat, che considerava il faro della corsa. Poi la strada ha cominciato a seguire la tormentata sequenza di onde impietose. Un saliscendi continuo, che ha fatto le prime vittime. Stefano si è portato avanti quando ha visto il brasiliano Vanderlei Lima andare in fuga. Però ha evitato di mettersi in caccia della lepre, ma ha scelto un osservatorio privilegiato per evitare di essere sorpreso da altri attacchi improvvisi. Ha anche costretto gli altri avversari a muoversi con maggior vigore, per evitare che il vantaggio del fuggiasco diventasse incolmabile, come era successo nella gara femminile, quando le africane erano state giocate dall' azione anticipata e decisa di una piccola donna giapponese. Il drappello di è assottigliato e a Pallini la gara si è decisa. Il brasiliano, che era arrivato ad avere anche un vantaggio di oltre quaranta secondi, ha cominciato a perdere terreno. Tergat dondolava un poco il capo, sentiva l' affanno. Stefano invece era sicuro, bastava guardare come si muoveva ai rifornimenti. Ogni suo gesto era misurato, lucido. Gli altri invece cominciavano ad avvertire la fatica. Al trentaseiesimo chilometro il fattaccio. Un uomo con un gonnellino è sbucato all' improvviso e ha spinto Lima verso il pubblico. Un professionista dell' idiozia, che ha rischiato di rovinare tutto. Per fortuna il brasiliano, anche se scosso, si è ripreso subito. Ha perduto qualche secondo, ma non ha subito danni fisici evidenti. Era solo frastornato. Alle sue spalle Stefano aveva già lanciato la sua offensiva finale. Solo lo statunitense Keflezighi, nato in Eritrea, ma cresciuto negli Stati Uniti, era rimasto nella scia. Tergat si era già arreso. L' aggancio è avvenuto quando stavano per scadere le due ore di gara. Baldini da quel momento non si è più voltato. Sapeva che non poteva permettersi la minima distrazione ed era inutile controllare cosa stava succedendo alle sue spalle. Ha gettato anche gli occhiali per non avere nessuna zavorra. Ha percorso gli ultimi dieci chilometri in 29 minuti da campione olimpico. Ottavo di undici figli, nato a Castelnovo di Sotto, in campagna, si era rivelato da ragazzino nel cross. Terminati gli studi di ragioneria aveva trovato un posto alla Corradini Calcestruzzi, un' azienda che gli consentiva di continuare ad allenarsi. Lavorava part time e i proprietari, quando lui ha deciso di fare diventare la corsa una professione, gli hanno ricordato che quel posto sarà sempre il suo. Adesso, a 33 anni, ha raggiunto la maturità agonistica grazie ai consigli di Luciano Gigliotti, che ha saputo sgrezzare il suo talento e lo ha aiutato anche nei momenti più delicati della carriera. Ha messo da parte due medaglie di bronzo mondiale e un titolo europeo conquistato a Budapest nel 1998. Era considerato fra i favoriti, ma nessuno si aspettava che la sua condotta di gara sarebbe stato così autoritaria. Lo conoscevano come un sicuro piazzato e li ha sorpresi. Adesso l' Italia che corre ha ripreso a macinare gloria. Gianni Merlo Trentadue perle da Bettini a Baldini Si chiude in bellezza l' Olimpiade dell' Italia. Ripercorriamola dalla splendida medaglia di Bettini nel ciclismo alla maratona d' oro di Baldini

LA GARA L' ATTACCO AL 32° KM KM 15 (48' 15") Temperatura 30°, umidità 39%. Ritmo blando, Ramaala (S.Af) tenta l' allungo ma dopo 3 km viene ripreso. KM 20 (1h03' 54") Il brasiliano Vanderlei Lima va in fuga. MEZZA MARATONA (1H07' 22") Lima ha 15" di vantaggio sul gruppo con Baldini, De Cecco è 4" dietro. KM 25 (1h19' 32") Comincia la salita vera. Il gruppo non reagisce e il campione mondiale, il marocchino Gharib, tenta la fuga. Baldini è alle sue calcagna con Tergat, il gruppo si sfilaccia. KM 30 (1h35' 02") Massimo vantaggio di Lima, 46". Il gruppo degli inseguitori con Baldini è salito a 8 atleti. KM 32 (1h41' ) La salita è finita, Baldini attacca. Gharib perde contatto, con l' azzurro rimangono Tergat e lo statunitense di origine eritrea Keflezighi, il distacco da Lima scende a 40". KM 35 (1h50' 09") Il vantaggio di Lima è di 29". Baldini tira la rincorsa. Poco dopo (1h52' ) un pazzo assale il brasiliano, lo sbatte contro le transenne e gli fa perdere qualche secondo. Quando riparte ha 22" di vantaggio. KM 37,5 (1h57' ) Baldini scatenato, allunga nel sottopassaggio, è a 11" da Lima. KM 38 (2h00' ) Baldini è in testa e forza ancora l' andatura, Keflezighi e Lima si staccano. Rimane solo. KM 42,195 (2h10' 55") Baldini vince l' oro con 34" di vantaggio su Keflezighi e 1' 16" su Lima.

«Ho stupito me stesso» Baldini: «Sentivo che avrei vinto avevo dentro qualcosa in più» «Sono passato in cassa per riscattare il lavoro di una vita. La vittoria è per Alessia, la mia bambina di tre anni»

Mentre Stefano Baldini stava entrando nello stadio Panathinaiko, Luciano Gigliotti, il suo allenatore, ha frugato nello zaino. Ha affondato il braccio sino al gomito per arrivare in fondo. C' era una bandiera tricolore che aspettava, ben piegata, un segreto che aveva nascosto anche a Stefano. Gigliotti l' aveva infilata sei mesi fa. Era il primo inverno che riusciva ad allenare Stefano senza inconvenienti, senza infortuni. E Stefano correva, correva... Aveva avuto un poco di paura solo dopo la maratona di Londra, il 19 aprile, non per il quarto posto finale, ma per il morale di Baldini. «Ho dato tutto, non potevo andare forte come Rutto e Korir», raccontava Stefano. C' era un senso di impotenza in quelle parole, lo spettro che non avrebbe mai potuto raggiungere quegli africani. Gigliotti lo ha convinto a suon di allenamenti duri, di salite massacranti per preparare quelle sciabolate che decidono una gara. Salite come quella di Atene, lunghe e subdole. Sapeva che un uomo di razza contadina non si convince con le parole, che doveva dimostrargli che poteva farcela comunque e contro chiunque. Il 3 agosto, negli ultimi giorni di allenamento a St. Moritz Stefano confessava sottovoce: «Non ho paura di nessuno, sono il più forte di sempre. Adesso devo solo arrivare sano...». Già, lo spettro di quattro anni fa ai Giochi di Sydney. Anche allora lavorò duro, convinto di poter salire sul podio, ma una microfrattura da stress all' anca venti giorni prima della gara uccise le sue speranze. Giovedì sera, quando ha percorso in auto la strada da Maratona al Panathinaiko si è illuminato: «È dura, terribilmente dura. Quello che ci vuole». Aveva il fuoco dentro, quel qualcosa che va oltre gli allenamenti e i sacrifici e che non si può descrivere. Una sensazione che può anche mettere paura. Questa strada negli ultimi mesi l' aveva percorsa migliaia di volte nel suo cuore, le salite di Livigno, di Predazzo e di St. Moritz erano come quella di Glyka Nera, la porta di Atene. Migliaia di chilometri per preparare la sua sciabolata. Lunedì sera, nell' ultimo allenamento alla periferia di Modena prima della partenza per Atene, aveva anche preso a calci un dobermann che aveva cercato di azzannarlo. Nessuno e nulla stavolta potevano fermarlo, era un segno del destino. Sabato, nell' ultima conferenza stampa al Villaggio olimpico, Baldini aveva stupito per la sua sicurezza. Sentiva di potercela fare, descriveva ogni centimetro del percorso con precisione estrema e che cosa sarebbe successo. Non è abituato a raccontare bugie o a dissimulare. In gara ha fatto quello che ha voluto, ha permesso le fughe, deciso gli inseguimenti, è scappato verso quello stadio millenario che lo attendeva. Che festa! Lo sguardo al cielo, i pugni chiusi, il bacio all' asfalto nero della pista, quella gente tutta per lui, il tricolore di Gigliotti. «Alessia, è per te», ha gridato ancora al cielo. Alessia, la figlia di 3 anni che quando potrà capire sarà fiera di un papà così. E poi il giro d' onore sull' anello dove vinse Spyridon Louis, la pista sacra. «Non uscirei più da questo stadio. Qui si fa la storia, questa gente, il loro calore...». Baldini non pare neppure stanco, l' emozione lo infiamma ancora. Tante volte ha inseguito sogni poi svaniti, stavolta no, era Il sogno, quello più grande. «Lo sentivo che avrei vinto, ma adesso non ci posso credere. Oggi sono passato in cassa per riscattare il lavoro di una vita. Sì, della vita, perché ho corso ogni giorno, per me e per l' atletica. I sacrifici non mi sono mai pesati. Ne è valsa la pena». Non c' è sorpresa nei suoi avversari. Un signore come il keniano Paul Tergat, il grande favorito della vigilia, dice una frase sola: «Oggi era il più forte, lo abbiamo capito sin dai primi chilometri». Stefano intanto è sballottato, tutti lo vogliono. È l' eroe dell' Olimpiade, ha vinto la maratona ad Atene la gara che merita la premiazione nella cerimonia di chiusura davanti a presidenti e ministri, sotto gli occhi del mondo. Attorno ha quattro addetti dell' organizzazione, è troppo importante, merita la scorta perché bisogna portarlo sino allo stadio Olimpico, a Maroussi, in una Atene intasata e felice. Ma riesce a fermarsi ancora un attimo per raccontare la sua avventura: «Come correvo oggi non ce n' era per nessuno, non ho avuto paura di nulla. Solo all' inizio ero un poco nervoso perché si andava un po' troppo piano e, a quell' andatura, quasi mi venivano i crampi. Ma ho capito che forse quelli che più temevo alla vigilia come Gharib, Tergat e Lee Bong-Ju ne avevano meno di me. Aspettavo i loro attacchi che non arrivavano. Lima l' ho visto scappare, ma non l' ho mai perso di vista, dell' incidente non mi sono accorto, ma non l' ho mai considerato irraggiungibile. Gharib e Tergat si sono staccati senza che quasi me ne accorgessi, Keflezighi lo conoscevo, ma non l' ho mai temuto. Sì, dentro di me è successo qualcosa. Sono arrivato ad Atene al cento per cento sia dal punto di vista fisico che mentale, ma in gara ho sentito dentro qualcosa in più, una determinazione che non conoscevo. L' avevo detto che per vincere una maratona olimpica bisogna stupire anche se stessi. Beh, oggi ci sono riuscito». Gli addetti dell' organizzazione lo strattonano ancora, lo stadio Olimpico, Rogge, il primo ministro Karamanlis, l' eurovisione e il mondo intero non possono aspettare. Ecco la pista già coperta per la cerimonia di chiusura, ecco tutti gli spettatori in piedi per veder salire il tricolore sul pennone più alto. Ecco quel sì urlato da Baldini alla fine dell' inno di Mameli. È uno di noi il re dell' Olimpiade. Che bello essere italiani. Pierangelo Molinaro

Il professor miracolo

Gigliotti, l' allenatore di due olimpionici: Bordin e Baldini. «Stefano è eccezionale»

Il Prof ride, il Prof piange, il Prof non sa cosa fare, il Prof non ci sta più dentro: «Fatemi chiamare casa per dire che sono ancora vivo...». Il Prof, il grande Prof, è Luciano «Lucio» Gigliotti, settant' anni splendidamente portati, un bel paio di furbi baffetti, una parlata con inflessione modenese e una carica infinita. E' più di un allenatore. Senza di lui, forse, l' atleta Stefano Baldini non esisterebbe. Anzi, che diamine: il campione olimpico Stefano Baldini. E non ci sarebbe nemmeno questa notte da brividi. Con la maratona che va da Maratona fino al cuore di Atene, lungo il percorso più suggestivo, lungo quarantaduemilacentonovantacinque metri che profumano di gloria. E il Panathinaiko che, col suo carico di fascino e di tradizione, di colpo si colora di bianco, di rosso e di verde. Che spettacolo, che gioia, che impresa. In Italia dire maratona equivale a dire Lucio Gigliotti da almeno vent' anni. Il primo importante successo internazionale di un suo allievo risale all' 86 quando Gelindo Bordin vinse gli Europei di Stoccarda. Già, Gelindo, Gelindoro. Dopo Seul ' 88, ecco Atene 2004. L' attesa e l' incantesimo di un' Italia senza olimpionici per sedici anni, lo hanno rotto dieci giorni fa Ivano Brugnetti e la sua cavalcata trionfale nella venti chilometri di marcia. Ma c' è un lungo filo sottile che unisce le maratone a cinque cerchi della Sud Corea e questa di Grecia. Il comun denominatore è appunto Gigliotti, il Prof. Uno che, dopo Bordin, ha guidato a vittorie che hanno fatto la storia campioni come Alessandro Lambruschini, oggi suo genero e Maria Guida, campionessa continentale di maratona in carica. Lucio è nell' atletica da cinquant' anni: «Nel ' 57 - ama ricordare - sulla carbonella del Giuriati di Milano, corsi un 800 in 1' 55"». Famiglia a parte, ha un altro grande amore: il rugby. Col Modena ha giocato una partita in serie A, poi ne è stato a lungo dirigente. Lucio sapeva, Lucio non bluffa mai: «Non firmerei per il bronzo» aveva detto alla vigilia. Ieri ha accompagnato Stefano alla partenza. E' stato con lui fino a quando ha potuto. Poi, in fretta e furia, coi mezzi dell' organizzazione, ha fatto ritorno ad Atene. S' è diretto al Panathinaiko e quando si è seduto in tribuna presso la postazione Rai, circa cinquanta minuti di gara se ne erano già andati. Seguirne gli sviluppi al suo fianco è stata un' emozione nell' emozione. «Troppo piano, stanno andando troppo piano - ha sbuffato poco dopo il passaggio al 15° chilometro -: così rischiano di coinvolgere nel gioco anche degli outsider e l' accelerazione sarà violenta». Non s' è spaventato quando Raamala ha provato ad allungare, non ha aperto bocca quando è stata la volta di Lima. Baldini è sempre stato nelle posizioni di testa: «E' bello, è bello, si vede che sta bene» ha spiegato il coach poco dopo la mezza. Poi, finalmente, s' è mosso l' iridato Gharib, un califfo: «Era l' ora - ha esclamato Gigliotti - adesso la gara entra nel vivo». Il vantaggio di Lima, però, è salito fino a 42 secondi: «Non mi piace - ha sentenziato - potrebbe diventare un' azione pericolosa». Lì è cominciato il Baldini-show: «Sta correndo sciolto, ha tutto per arrivare fino in fondo - ha commentato l' allenatore -: Tergat, invece, ha un' ampiezza eccessiva». E infatti: il gruppo, sotto l' azione dell' azzurro, si riduceva e anche il keniano era costretto a rallentare. Fino all' invasione, al corpo a corpo con Keflezighi, al sorpasso su Lima e agli ultimi interminabili dieci minuti di azione solitaria. «E' fatta, è fatta» ha presto gridato il Prof, mentre altri suggerivano ancora prudenza. Di colpo, dal suo zainetto, è comparso un vessillo tricolore: «Sta qui dentro da sei mesi - ha svelato - dal giorno in cui abbiamo cominciato a pensare a questa maratona. Sapevo che stasera ci avrebbe fatto comodo. Il ragazzo ha fatto una cosa enorme, da infarto. Rispetto a Bordin mi ha fatto soffrire ancora di più, perché quella di Gelindo non fu un' impresa annunciata, mentre sapevo in che condizioni stava Stefano. Ero addirittura preoccupato tale era la sua sicurezza. Del resto è un uomo con qualità speciali, lucido, serio, determinato e capace di finalizzare al meglio gli obiettivi. E' solo lui l' artefice di questa impresa, ma voglio ringraziare chi ci ha sempre seguito con professionalità e passione, in particolare il dottor Pierluigi Fiorella e il fisioterapista Daniele Parazza». Anche loro due hanno ricevuto i grazie dei tifosi e i complimenti degli staff stranieri: «Lavoro con Stefano dal ' 93 - spiega Parazza anche a nome di Fiorella -. E' una persona eccezionale, con una grande carica umana. Quest' oro è nato in Namibia, nei due raduni di gennaio e marzo a 1860 metri di quota. Poi ci sono state tante altre tappe e tanti altri stage. Ma quel che ha fatto la differenza è il carattere dell' atleta. Erano di mercoledì gli ultimi test sul lattato: eravamo rimasti sbalorditi. Lavorare con Stefano è un onore». Anche la maratona è una disciplina di squadra. Andrea Buongiovanni