Milano Running Festival, intervista di Gazzetta dello Sport

Baldini e Milano: “Running Festival e poi la maratona: è unico al mondo”

L’invito del mito dei 42 km: "Prima della gara di domenica, non perdete i 3 giorni di convegni e incontri"

 

4 APRILE 2019

Si dice maratona e si pensa a lui. Si parla di running e il primo nome che salta alla mente è il suo. Stefano Baldini, della corsa – in tutte le sue forme – è il re. O, come titolò la Gazzetta della Sport in occasione del suo trionfo olimpico ad Atene 2004, il dio: il dio di maratona. Al Mico, oggi, si inaugura il primo Milano Running Festival, kermesse di tre giorni dedicata al podismo che fa da anteprima alla 19a Milano Marathon di domenica. Con Baldini in prima fila.

 

Che cosa pensa dell’iniziativa?

“Grazie all’atletica, in varie vesti, giro il mondo da anni. Ho frequentato maratone di ogni tipo. Ma nemmeno le sei Majors propongono qualcosa di simile. Legati agli Expo ci sono spesso eventi commerciali. Ma a Milano, fatto senza eguali, tra convegni e workshop si farà cultura sportiva. L’idea è innovativa, il calendario fitto, la sfida stimolante”.

Quel è deve essere l’obiettivo?

“Coinvolgere gli appassionati, facendo loro capire che, nel tempo, possono arrivare alla maratona. Non è vero che per finire una 42 km occorre superare un muro. Spesso si vivono solo sensazioni belle”.

Perché questa fase di stallo?

“Le tante prove su strada e off roads, dai trail in giù, sbriciolano i numeri. In certi weekend c’è una concentrazione esagerata di eventi. In generale, organizzativamente, servono gestioni manageriali. Al netto del certificato di idoneità, tutto italiano: gran bella cosa, ma frena le masse”.

Perché, però, il fenomeno running è in continua espansione?

“Perché è una moda, perché le città sono sempre meglio attrezzate, perché economicamente è attività più affrontabile di altre e perché, sebbene ci si possa allenare da soli, crea aggregazione. Con le donne a tirare il gruppo”.

Eppure, tra maratone e mezze maratone, in Italia c’è un calo nei numeri di partecipazione…

“Aumentano i corridori, non chi fa gare. Il Festival deve educare, stimolare e formare: competere è stimolante”.

Come spiega che nel nostro Paese, tra i runners e l’atletica tradizionale, ci sia tanto distacco?

“Perché mancano campioni nei quali riconoscersi. Nel nuoto e nel ciclismo è il contrario. E il continuo ricambio dei protagonisti africani non aiuta. Tolti Tergat, Gebrselassie, in parte Bekele e oggi Kipchoge, non ci sono volti ai quali abbinare nomi. Non parliamo in campo femminile”.

La maratona dei Giochi di Parigi 2024 potrebbe essere aperta agli amatori: cosa ne pensa?

“La sacralità dell’Olimpiade non andrebbe violata. Si corra sullo stesso percorso, ma in altra data. Anche qualche ora dopo, non in contemporanea”.

L’atletica è sempre la sua vita?

“Alleno quattro atleti top, seguo i miei sponsor, sono in radio, in tv e non smetto di studiare. Poi corro tre o quattro volte alla settimana. E vado in bici: a luglio, per la quarta volta, sarò alla maratona delle Dolomiti”.

Al Festival che ruolo avrà?

“Sabato, alle 10, assieme alla nutrizionista Elena Casiraghi e al triatleta Daniel Fontana, citando esperienze personali, parlerò delle strategie alimentari negli sport di endurance, quindi anche nelle ore che precedono una maratona come quella di Milano. Domenica poi sarò al commento ai microfoni di Sky Sport come, dal 3 maggio, tornerò a farlo per la Diamond League”.

Le sue rumorose dimissioni da d.t. del settore giovanile Fidal sono di agosto: rifarebbe tutto?

“Quanto accaduto dopo ha confermato le mie tesi. Nelle nostre federazioni troppo spesso si esce dalla porta e si rientra dalla finestra. Nonostante i fallimenti e qualche cambiamento di ruolo, i personaggi son sempre gli stessi. E non è accettabile, dato che si parla di soldi pubblici che andrebbero investiti sugli atleti”.

Il d.t. La Torre ha detto più volte che vorrebbe ricoinvolgerla…

“Fa il suo lavoro, cerca di tenere unito l’ambiente. Ma ancora oggi, da lui in giù, non c’è un tecnico federale full time. In più ho più volte sfiduciato il consiglio e il consiglio mi ha sfiduciato: perché rientrare?”.

Andrea Buongiovanni